American Horror Story: Cult 7×03 – Recensione

Siamo certi di chi fidarci? “American Horror story: Cult” entra nel vivo! Ecco la recensione del terzo episodio di questa nuova eccitante stagione!

American Horror Story Cult 7x03 - Recensione
American Horror Story Cult 7×03 – Recensione

[Attenzione! L’articolo può contenere spoiler!]

“Vuoi essere qualcuno? Allora devi rendere il mondo ingiusto.” Kai Anderson sa bene quali corde toccare nel profondo delle persone. Privarsi della responsabilità per darla a qualcun altro, che siano le colpe, gli insuccessi o i problemi del mondo, è tanto liberatorio quanto pericoloso. Nessuno è colpevole. Tuttavia, è un po’ come dire che lo siamo tutti… Se noi, però, ci priviamo delle responsabilità, chi si assumerà tali responsabilità non si arrogherà anche il controllo su di noi?

Kai si assume il ruolo di un’inquietante figura salvifica per i Winter e persino per Ally. Con la confessione dei segreti da parte dei suoi “adepti”, il ragazzo diventa un punto di riferimento che ti entra dentro come un cancro, simile al capo di certe sette. I nuovi modi gentili di Kai mettono in dubbio Ally riguardo le sue intenzioni, mentre si trova ad affrontare questo momento di crisi. Infatti, a seguito della morte incidentale di Pedro, la donna viene crocifissa dalla comunità, che prima non aveva avuto scrupoli a gettare fango sull’uomo perché d’origine messicana.

Però, ormai Pedro è morto, è una vittima e ciò ha ripulito le coscienze e la memoria delle persone che ora non hanno dubbi sulla colpevolezza di Ally. Anzi, addirittura la etichettano con il nome di George “Lesbo” Zimmerman, in ricordo dell’assassino di Trayvon Martin, ragazzo afroamericano di 17 anni, che fu assolto dallo Stato nel 2015, provocando un grande tumulto mediatico. Ally si sente responsabile di ciò che ha fatto, nonostante la polizia e Ivy abbiano compreso che sia stato “solo” un incidente.

Ovviamente, non potevamo pensare che i Winter si schierassero dalla parte di Ally, dato che nello show rappresentano la superficialità e il populismo della massa. Non hanno incertezze, infatti, ad etichettare Ally come razzista per il semplice fatto che ha ucciso un uomo d’origine messicana (ma ricordiamoci tutti che era nato a San Diego! Quindi, Pedro era un americano). Solo per il fatto dei sombreri e che Harrison Wilton dica d’essere messicano perché ha fatto il test della “23andme” (società americana di biotecnologia) fa comprendere in pieno la loro genericità e li rende ancora più odiosi.

In questo frangente così delicato, interviene Kai che, al contrario degli altri, “crede” in Ally… ma noi sappiamo come questo personaggio abbia grandi doti manipolatorie. Se il ragazzo e i Winter si trovassero davvero sotto le maschere dei clown, dimostrerebbe quanto il piano di Kai sia contorto e molto sofisticato.

In “Neighbor from hell”, abbiamo constatato come la scelta delle vittime non sia stata casuale, bensì i clown assassinano le persone attraverso la loro peggior fobia. Con la morte dei Chang durante il primo episodio, non era stato ancora chiaro, ma ora il mistero sembra quasi dissiparsi. E se il legame tra i Chang e Kai fosse casuale e non ci fosse lui dietro i clown? Ma perché allora i killer non hanno ancora eliminato Ally? Forse, stanno solo giocando con lei? Ormai, però, hanno impresso il loro marchio sulla sua porta e non passerà molto dal prossimo incontro.

La questione delle fobie getta un’ombra di sospetto, però, su Rudy Vincent, lo psichiatra di Ally e della donna affetta da tafofobia, la paura d’essere sepolti vivi. Come farebbero i clown a conoscere così bene le paure di queste donne altrimenti? È solo una coincidenza o il dottor Vincent fa parte dei clown, se non addirittura esserne il capo (escludendo Kai dalla lista)? Mentre lo psichiatra gioca con degli smile a spilla, appare inquietantemente ambiguo.

In fondo, però, pare che non ci si possa fidare davvero di nessuno in questa stagione.