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La nostra recensione di Hokum e l’intervista al regista Damian McCarthy, già noto per il film horror Oddity.

Ohm Baum, scrittore statunitense burbero, per nulla propenso alle carinerie e impantanato in una crisi creativa durante la stesura del suo ultimo romanzo, decide di alloggiare al Bilberry Woods Hotel, l’albergo in cui i suoi genitori avevano trascorso la luna di miele anni addietro, in Irlanda, con l’idea di lasciare lì le loro ceneri – e forse anche certi traumi familiari irrisolti.

Le premesse per il soggiorno di Baum al Bilberry non sono comunque delle migliori: nella hall si racconta con disinvoltura la storia di una Cailleach, la strega del posto, nota per incatenare le sue vittime e condurle ancora vive nell’oltretomba, mentre l’accesso alla suite romantica utilizzata in passato dai genitori di Baum è ora rigorosamente vietato a chiunque, poiché si dice sia stata infestata dalla suddetta strega, intrappolata lì dentro dall’anziano proprietario dell’hotel.

Dopo aver tentato il suicidio durante il soggiorno in quello stesso hotel per ragioni che verranno in parte chiarite con il successivo dispiegarsi degli eventi ed essere stato salvato in extremis dalla bartender dell’albergo Fiona, Baum scopre che questa è scomparsa all’interno dell Bilberry la notte di Halloween, poco dopo avergli salvato la vita. Intenzionato a restituire il favore alla giovane donna e determinato a trovarla, Baum decide di cercarla nell’unico posto in cui nessuno è voluto andare a investigare: la suite infestata

Hokum - Scena del film

È un film peculiare Hokum – come lo sono stati Caveat e Oddity, i lungometraggi precedenti di Damian McCarthy, in un crescendo di popolarità, entusiasmo e budget a disposizione. Sebbene non sia possibile cedere alla tesi totalizzante del “McCarthy cinematic universe” che vorrebbe dimostrare l’appartenenza dei personaggi di ognuno dei film al medesimo universo narrativo e che insisterebbe nel collegare tra loro le vicende stesse, è inevitabile notare numerosi easter eggs e temi ricorrenti in tutti e tre i film, in una caccia al dettaglio che è da anni oggetto di dibattito e ricerca nella fanbase di McCarthy: l’ormai celebre pupazzo con le fattezze di un coniglio inquietante, in grado di muoversi in presenza del sovrannaturale conosciuto in Caveat, fa ad esempio un cameo in Oddity, tra le curiosità antiquarie in vendita nel negozio della protagonista, e una brevissima apparizione da occhi di falco anche in Hokum. Il campanello maledetto visto in Oddity, in grado di evocare un fantasma se suonato, appare anche in Hokum, seppur con un profilo più basso, collocato proprio nella hall del Bilberry Woods Hotel, dove in una scena fa inoltre capolino, quasi irriconoscibile e del tutto a sorpresa, la coppia di coniugi defunti di Caveat. 

In ognuno dei film di McCarthy il plot gira intorno a un protagonista isolato o rinchiuso all’interno di un luogo misterioso in cui il paranormale interviene in maniera ambigua, ponendosi ora come antagonista, ora come strumento di visione e aiuto, per la risoluzione di un crimine o di una scomparsa a fianco del protagonista stesso, coinvolto con un grado di consapevolezza variabile nella ricerca della verità.
Ma il film di McCarthy non osserva solo sé stesso e rivolge idealmente lo sguardo in direzione di pellicole come Shining e 1408 – citate con affettuosi richiami in maniera più o meno esplicita e inevitabile, data l’ambientazione in un hotel infestato. 

Hokum - Scena del film

Hokum è un folk horror sui generis, con una forte componente psicologica, un sottotono mystery e qualche sprazzo di lugubre ironia (affidata quest’ultima soprattutto ai personaggi secondari, come il facchino dell’albergo frustrato con velleità da romanziere Alby e il clochard-mistico di zona Jerry, esperto nell’utilizzo dei funghi allucinogeni): il tono è cupo e misterioso ma mai esageratamente oscuro, la tensione si dipana con disinvoltura lungo il corso del film con occasionali jumpscare ben piazzati e numerose sequenze angoscianti, alle quali McCarthy aveva già abituato il suo pubblico in precedenza. Ma qui i temi riescono a intrecciarsi alla narrazione con maggiore armonia, rivelando il fascino del racconto nel racconto, del romanziere che si proietta all’interno delle proprie opere e che finisce col diventare una pedina della vicenda stessa, muovendosi all’interno di un percorso di sviluppo del personaggio che vede lo scorbutico Ohm trasformarsi e cambiare radicalmente idea, atteggiamento e approccio: dal cinismo iniziale che lo porta a derubricare con sufficienza le leggende del folklore locale come “hokum” (traducibile per noi come “baggianate”) all’acquisizione di una certa chiarezza allucinatoria legata ai fenomeni paranormali cui assisterà, da un atteggiamento ostico e sgradevole a un sincero pentimento e alla relativa volontà di redenzione, dalla solitudine deprimente e priva di scopo alla ricerca della speranza. 

Piazzandosi a buon diritto tra i film horror più attesi del 2026, Hokum si rivela un’opera in qualche modo più pacata nei toni rispetto a Oddity, ma anche più consapevole, composita e matura.

L’intervista al regista Damian McCarthy e Adam Scott

In occasione di una breve sessione Q&A online, abbiamo intervistato Damian McCarthy e parlato con lui del suo nuovo film.

Damian McCarthy
Damian McCarthy

 NAQB: Da dove è nata l’idea iniziale per Hokum? Da un oggetto, o magari da un luogo…?

– Damian McCarthy: «In questo caso, l’idea era molto legata al personaggio principale, all’idea di concentrarci su questo personaggio molto interessante e vedere fino a che punto potevamo metterlo in difficoltà in una sola notte, visto che all’inizio è un tipo davvero sgradevole, gettandolo senza pietà in una situazione terrificante, all’interno di un hotel infestato. È un sottogenere dell’horror che ho pensato sarebbe stato molto interessante esplorare con un tipo come Baum. Per cui, questi due elementi sono stati alla base dell’idea generale». 

 NAQBDa dove è sbucato fuori quel personaggio inquietante con la maschera e le orecchie asinine (Jack the Jackass)? Puoi dirci qualcosa di più su di lui?

– Damian McCarthy: «Credo che l’idea fosse semplicemente quella di prendere qualcosa di innocente e divertente per i bambini, come ad esempio un programma televisivo per ragazzi degli anni Cinquanta, mandato in onda per anni e anni, e cercare un modo di distorcerlo, renderlo pauroso e inquietante. Ho pensato che quella dell’uomo mascherato sarebbe stata un’immagine quasi fuori luogo, sorprendente, da inserire nel film. Sapete, i film horror sono fortemente legati all’aspetto visivo: tutto ruota intorno alle immagini, e si cerca di creare elementi che dopo la fine del film rimangano impressi nella mente dello spettatore. Ma una delle sfide nella stesura di una sceneggiatura è anche trovare un modo di dare informazioni relative a quelle immagini in maniera naturale e coerente, che abbia un senso. E dato che il personaggio interpretato da Adam Scott (Ohm Baum) si trova completamente da solo per lunghi tratti del film e che avevamo bisogno di far sapere qualcosa in più di lui, e dato che non volevo fare ricorso a una voce fuori campo  o a espedienti narrativi del genere, mi è sembrato che utilizzare quel personaggio inquietante sarebbe stato un buon modo per riproporre quelle immagini che avevo così tanta voglia di usare, facendogli pronunciare un monologo disturbante, che risultasse piuttosto pesante; quindi queste sono state alcune delle idee che hanno portato alla creazione di Jack the Ass».

 Non potevamo certo trattenere la curiosità nei confronti del grande protagonista Ohm Baum, interpretato da Adam Scott – anch’egli presente al meeting – quindi abbiamo posto una domanda anche a lui:

NAQB: C’è stata una scena che ti ha fatto venire i brividi, che ti ha spaventato, magari quando l’hai letta nella sceneggiatura prima delle riprese, oppure quando l’hai vista in seguito, dopo il montaggio?

Adam Scott: «Sì, la prima scena che ho visto a montaggio concluso: stavo facendo un ADR con Damian, che è un ridoppiaggio  – ci spiega –  quando si registrano nuovamente i dialoghi seguendo una scena su un grande schermo di fronte a sé. Damian voleva dei suoni del mio respiro mentre camminavo in una stanza. Quindi stavo guardando la sequenza in questione con le cuffie e il microfono davanti a me. Ma quando è arrivata all’improvviso una scena davvero spaventosa, io ho sono balzato in aria e ho cacciato un urlo e Damian ha detto “Okay… voglio dire, è una scelta interessante, ma a me servivano solo i suoni del tuo respiro!”. Quindi è così che è successo: ho avuto questa reazione involontaria a una scena che mi ha davvero spaventato, e ricordo bene che durante le riprese potevo guardare e vedere che ero io e che non era reale, ma questo mi ha dimostrato quanto sarebbe stato capace di colpirmi il film, è stato un vero e proprio assaggio di quanto lo avrei amato».

Hokum di Damian McCarthy è in arrivo nelle sale italiane dal 5 agosto 2026.