I migliori film horror stile documentario

I migliori film horror in stile documentario, conosciuti anche come mockumentary e found footage.

Film horror stile documentario - The Poughkeepsie tapes
Film horror stile documentario – The Poughkeepsie tapes

Il “mockumentary”, traducibile come “falso documentario”, è un genere cinematografico in cui eventi del tutto fittizi vengono presentati come reali e oggetto di indagini. Qui su Non Aprite Questo Blog mi occuperò chiaramente solo di una varietà di pellicole: ecco a voi quindi un po’ di storia del genere e la classifica dei migliori film horror stile documentario.

Per prima cosa credo sia necessario parlare anche del “found footage”, il “girato recuperato”, cioè il materiale che all’interno di un film viene ritrovato per caso e visionato. Quindi, sulla carta, il mockumentary è intenzionale, chi lo gira parte col presupposto di svolgere un’indagine e mostrare ad altri i propri risultati. Il found footage invece è più “casuale”, a volte non intenzionale e solitamente girato in real time. La differenza tra i due però si assottiglia e quasi si annulla se viene ritrovato un falso documentario, cioè se i personaggi del film horror trovano del girato (found footage) che però è un documentario (mockumentary), come accade ad esempio in Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato. Mi rendo conto che la distinzione non risulti chiarissima, ma forse percorrendo un po’ la storia del genere potrebbe diventare più decifrabile.

Le radici del film horror stile documentario risalgono al 1922 e affondano nella mente dello svedese Benjamin Christensen, che gira “La stregoneria attraverso i secoli” (Haxan). Il suo intento era quello di mostrare come, dove e in che modo le streghe siano nate e si siano diffuse nel mondo, senza lesinare su particolari macabri (un neonato sacrificato in pentola) e blasfemi (il diavolo compare spesso e, ad esempio, insidia le suore in un convento). Nel caso del film di Christensen non siamo di fronte a un vero e proprio mockumentary, poiché la pellicola è divisa in capitoli e non sempre è chiaro se i fatti vengano mostrati per veri oppure no. In ogni caso, pur tenendo conto di queste obiezioni, “La stregoneria attraverso i secoli” può rientrare nella categoria dei film horror stile documentario.

Andando in ordine cronologico passiamo direttamente al 1980, con Cannibal holocaust di Ruggero Deodato. Probabilmente questo film è uno dei più discussi per quanto riguarda le vicissitudini legate alla censura, dato che è ricco di molte scene forti (la famosa immagine della donna impalata ad esempio), ma quello che ci interessa è lo stile con cui è girato. La trama è nota: una spedizione si addentra nella foresta amazzonica per far luce sulla scomparsa di alcuni giornalisti che si erano recati sul posto per girare un documentario sui cannibali. La troupe non viene ritrovata, ma il materiale girato sì e lo spettatore scoprirà un’inquietante verità. Il film è praticamente diviso in due parti, la prima (The last road to Hell) riguarda il viaggio della spedizione di soccorso, mentre la seconda mostra il documentario dei giornalisti (dal titolo “The green Inferno”, che verrà ripreso da Eli Roth per il suo film del 2013). Siamo di fronte veramente all’apoteosi del mockumentary: entrambe le parti del film sono girate come se si trattasse di eventi reali, e la cura con cui sono realizzate è tale da ingannare davvero lo spettatore, causando al film l’etichetta di snuff movie. Una vera pietra miliare del genere, assolutamente consigliato.

Dagli anni ’80 passiamo agli anni ’90, precisamente al 1992, con “Il cameraman e l’assassino” (“C’est arrivé pres de chèz vous”)  di Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoit Poelvoorde. Il protagonista, Ben, è un assassino che uccide persone comuni scelte a caso per poi derubarle. Una troupe di giornalisti lo segue durante le sue “giornate di lavoro”, registrando ogni sua mossa e tutti i vari trucchi del mestiere. I registi creano in questo modo un film thriller in stile documentario che porta lo spettatore quasi a simpatizzare con Ben, facendogli dimenticare che in realtà ciò che vede è tutta finzione, dato che siamo nel territorio del mockumentary. Un’operazione simile viene svolta anche da Scott Glosserman nel 2008, che gira “Behind the mask – Vita di un serial killer” (“Behind the mask: the rise of Leslie Vernon”). Anche in questa in pellicola horror una troupe di giornalisti decide di girare un reportage su un serial killer, molto più efferato del suo “collega” del 1992.

Sempre negli anni ’90 troviamo il vero e proprio spartiacque del mockumentary: “Il mistero della strega di Blair” (“The Blair witch project”), realizzato nel 1999 da Daniel Myrick e Eduardo Sanchez, che non a caso decidono di chiamare la loro casa di produzione “Haxan film”, come il film di Christensen. Girato veramente con due soldi questo falso documentario ha raggiunto incassi vertiginosi, complice anche una campagna pubblicitaria notevole, che già da molto prima che uscisse il film aveva raggiunto migliaia di persone. La trama è molto semplice: tre studenti, Heater, Mike e Josh, decidono di realizzare un documentario su Elly Kedward, la “strega di Blair”, accusata della scomparsa di alcuni bambini nel villaggio di Burkittsville. Se le premesse del film sono ispirate a una leggenda reale tutto ciò che segue non lo è assolutamente; ma tra i volantini con le foto dei ragazzi “scomparsi” che giravano su internet già prima dell’uscita della pellicola e l’uso della camera a mano che rende la pellicola praticamente amatoriale siamo di fronte a un film che rasenta davvero il realismo perfetto. Nonostante le critiche negative io ritengo di consigliare la visione del film, che ha avuto un sequel nel 2000 (“Il libro segreto delle streghe: Blair witch 2) e un sequel/reboot girato con lo stesso stile nel 2016 (Blair witch), entrambi inferiori al capostipite.

Dopo “Blair witch” assistiamo a una vera e propria escalation nella produzione di falsi documentari horror che toccano tutti i sottogeneri possibili: dai fantasmi alle streghe, dai vampiri ai dinosauri, dagli alieni ai serial killer. Tra quelli che ritengo i più significativi possiamo iniziare da “Rec”, diretto nel 2007 da Paco Plaza e Jaume Balaguerò. Il film inizia con Angela Vidal (Manuela Velasco), una giornalista che conduce un programma notturno: in questa puntata seguiremo alcuni pompieri durante il loro lavoro. Un’emergenza in un condominio trasporta pompieri, giornalisti e spettatori in un vortice di orrore, documentato minuto per minuto dall’operatore di Angela. “Rec” è dichiaratamente un falso documentario, avvincente e inquietante molto più della realtà vera. La pellicola ha due sequel (“Rec 2” del 2012 e “Rec 4: Apocalipsis”, altri due film horror falsi documentari. “Rec 3: La genesi” è il filmino di un matrimonio durante il quale si scatena il morbo “protagonista” di tutta la saga).

Sempre del 2007 è “The Poughkeepsie tapes”, di John Erick Dowdle, un piccolo film troppo poco pubblicizzato ma davvero pregevole sia dal punto di vista tecnico che da quello della trama. I “tapes” del titolo sono la collezione di videocassette su cui un serial killer ha immortalato gli omicidi e le torture che ha compiuto; questi vengono ritrovati dall’FBI e utilizzati per indagare su di lui. L’oggetto di questo mockumentary sono appunto le indagini dei federali, integrati con i raccapriccianti video dell’assassino.

Un altro film horror stile documentario che riesce a spaventare lo spettatore è “Lake Mungo” del 2008, di Joel Anderson: una ragazza, Alice Palmer, annega in un lago e sembra una semplice tragedia finché non iniziano ad accadere fatti inquietanti che coinvolgono la sua famiglia. Già dal nome della protagonista sono chiari i riferimenti alla serie “Twin Peaks” di David Lynch, che proseguono con il diario della ragazza e con la rivelazione dei segreti a lei collegati. Quello che importa però è il modo in cui la teoria viene raccontata: si passa dai filmati-testimonianza dei membri della famiglia, poi a quelli delle telecamere piazzate nell’abitazione e a quelli del cellulare di Alice, mentre la macchina da presa indaga meticolosamente ogni mossa dei personaggi. Un falso documentario teso e mai noiso, che tiene lo spettatore sulla corda fino alla rivelazione finale.

Anche gli alieni non si sottraggono al mockumentary, e nel 2009 possiamo seguire Milla Jovovich nelle indagini narrate ne “Il quarto tipo” (“The fourth kind”), un horror sci-fi diretto da Olatunde Osunsanmi. Il film è ambientato a Nome, in Alaska, dove avvengono inquietanti casi che sembrano riconducibili a rapimenti alieni. La Jovovich è la dottoressa Abigail Tyler in quello che costituisce il grosso della pellicola, cioè la ricostruzione degli eventi “realmente” accaduti. Per rendere ancora più “vera” la finzione alla fine del film possiamo vedere un’intervista della “vera” Abigail, interpretata da un’altra attrice Charlotte Milichard). Questo espediente, unito anche a molto altro materiale realistico, come interviste, registrazioni audio e video della polizia, rende “Il quarto tipo” così reale che già a metà film lo spettatore crederà di trovarsi di fronte a una storia vera e decisamente terrorizzante.

Un altro genere che non si sottrae al mockumentary è l’eco-vengeance: nel 2012 Barry Levinson gira “The bay”, film horror stile documentario (comprensivo di scene abbastanza sanguinose) che cerca di far luce su uno strano morbo che sembra diffondersi in una cittadina del Maryland. Si scoprirà che il responsabile è in realtà un parassita mutante proliferato nell’acqua a causa dell’inquinamento. Personalmente ho trovato la pellicola molto interessante e realistica.

Come dimenticarsi dei dinosauri? Nemmeno iguanodonti e simili rimangono impermeabili al mockumentary, e nel 2012 esce il film horror stile documentario “The lost dinosaurs” (“The dinosaur project”), per la regia di Sid Bennett, che esordisce così sul grande schermo. Protagonista della pellicola è Luke (Matt Kane), che parte per il Congo insieme al padre, allo zio e a una piccola troupe per cercare di svelare il mistero del mokele mbembe. A seguito di un incidente aereo causato da uno stormo di pterodattili con conseguente morte del pilota i protagonisti si ritrovano dispersi in mezzo al territorio dei rettili preistorici. Ovviamente le telecamere non smettono mai di riprendere gli avvenimenti, permettendo allo spettatore di fare un tour dettagliato tra i lucertoloni. A differenza di altre pellicole in “The lost dinosaurs” non c’è troppa pretesa di realismo, e a volte si ha l’impressione che l’eccessivo traballare delle telecamere serva quasi a non mostrare troppi dettagli degli effetti speciali. Non del tutto da buttare, ma a mio parere rimane un prodotto abbastanza mediocre.

Concludo con una breve carrellata di altre pellicole interessanti appartenenti al genere: “Road to L (Federico Greco e Roberto Leggio, 2005), interessante mockumentary ispirato ai racconti di H. P. Lovecraft; “Trollhunter” (André Ovredal, 2010), dove un reporter segue un cacciatore di troll nella sua singolare attività; “The taking of Deborah Logan” (Adam Robitel, 2014), qui il falso documentario ha come tema la possessione; e “Necropolis – La città dei morti” (“As above, so below“, di nuovo di John Erick Dowdle, 2014), dove una novella Indiana Jones esplora le catacombe di Parigi alla ricerca di segreti alchemici.