Le recensioni psicologiche dei film del Drag Me To Fest 5 curate da Psicocinè
Il Drag Me To Fest è ormai alla quinta edizione e, come di consueto, i suoi cortometraggi riescono a descrivere perfettamente i timori, le ansie e le condizioni psicopatologiche della società contemporanea. Ve li racconto dal mio punto di vista psicologico, attraversandone i temi principali: la depressione, le dipendenze, il decadimento cognitivo, il rapporto con i social media, ma anche la cura di sé, dei propri ricordi e della natura, il perdono e l’autodeterminazione.
In The Shadows (Jérémy Barlozzo)
“Ma vede al buio.” (In The Shadows)
“Ognuno di noi è seguito da un’ombra, e meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa.” scrive lo psicoanalista C. G. Jung. L’archetipo junghiano dell’Ombra, quando si parla di storie dell’orrore, è uno dei più utilizzati per sondare quello che temiamo di noi stessi.
L’Ombra rappresenta “tutto ciò che il soggetto rifiuta di riconoscere di sé stesso”, “il lato ‘negativo’ della personalità, e precisamente la somma delle caratteristiche nascoste, sfavorevoli, delle funzioni sviluppatesi in maniera incompleta e dei contenuti dell’inconscio personale”. L’obiettivo sarebbe quello di diventare consapevoli della sua presenza e, di conseguenza, di integrarla nella propria coscienza.
Nel corto In The Shadows di Jeremy Barlozzo, i due protagonisti capiranno velocemente che la loro Ombra è molto più vicina di quello che immaginavano, e non potranno fare altro che affrontarla.
Riusciranno a integrarla nella propria coscienza o soccomberanno sotto il suo peso?
Le citazioni sono tratte da “C. G. Jung, Psicologia e religione, 1938/1940; “C. G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, 1934/1954”; “C. G. Jung, Psicologia dell’inconscio, 1916”.
Réel (Rodrigue Huart)
“Potrebbe essere pericoloso!” (Réel)
Il rapido mutamento tecnologico avvenuto nei primi anni Dieci del Duemila ha causato profondi cambiamenti nelle menti di tutti noi. Ancora più che negli adulti, questo cambiamento ha inciso (e sta incidendo) sullo sviluppo delle abilità sociali, emotive e cognitive di bambini e adolescenti. Secondo lo psicologo J. Haidt, l’attuale utilizzo smodato dello smartphone negli adolescenti – e il modo in cui funzionano le app, in particolare i social network – ha creato quattro danni fondamentali: la deprivazione sociale (il crollo del tempo tra amici in situazioni a tu per tu), il peggioramento di quantità e qualità del sonno (tra i cui effetti troviamo ansia, depressione, deficit cognitivi e più incidenti mortali), la frammentazione dell’attenzione (che interferisce con lo sviluppo delle funzioni esecutive, quindi di pianificazione e monitoraggio dei comportamenti) e la dipendenza. Gli sviluppatori delle piattaforme social di maggior successo usano tecniche specifiche basate sul rilascio di dopamina per “agganciare” bambini e adolescenti. La dopamina è un neurotrasmettitore coinvolto nei meccanismi di ricompensa e piacere, che però non attiva un senso di soddisfazione, anzi, fa desiderare ancora un po’ di ciò che ne ha causato il rilascio. I sintomi universali della sua astinenza sono ansia, irritabilità, insonnia e disforia.
A. Lembke e altri ricercatori nell’ambito delle dipendenze hanno scoperto che “molti adolescenti hanno sviluppato dipendenze comportamentali molto simili a quelle causate dal gioco con le slot-machine, con profonde conseguenze per il loro benessere, lo sviluppo sociale e la famiglia.”
Nel corto Réel di Rodrigue Huart, due giovani contadine dell’800 trovano uno smartphone in un campo. L’oggetto assume, nell’immediato, un’importanza esclusiva, mostrando il funzionamento della dipendenza (che passa sopra tutto e tutti) attraverso una puntualissima metafora horror.
Le citazioni e le argomentazioni sono tratte da “J. Haidt, La generazione ansiosa, 2024”.
Buio Vivo (Luca Lubiati)
I segnali relativi alla sofferenza psichica provengono, diverse volte, direttamente dal corpo. È così anche nel caso dei cosiddetti disturbi depressivi. In questi stati di sofferenza “convergono, variamente intrecciati, sintomi emotivo-affettivi (umore depresso, perdita di interesse e delle possibilità di piacere, sentimenti di impotenza e disperazione, colpa , vergogna, inutilità, indegnità, inferiorità), sintomi cognitivi (pensieri a contenuto negativo su di sé, una visione negativa del mondo e della vita, aspettative negative sul futuro, idee di suicidio), rallentamento psicomotorio, sintomi neurovegetativi (come insonnia e riduzione dell’appetito) e fisici (soprattutto dolori, astenia, disturbi gastrointestinali)” (spiweb.it). Il segno più tipico e conosciuto della depressione è la presenza di una tristezza vissuta come fosse invincibile. È però un sintomo altrettanto importante l’anedonia, cioè l’incapacità a provare piacere per le attività che si svolgono. Oltre a questi, è comune per le persone depresse descrivere anche una sensazione di stanchezza costante, di oppressione e appesantimento.
È così che si sente il protagonista di Buio Vivo, corto di Luca Lubiati in cui un uomo vive la propria vita come fosse una prigione, e il proprio corpo una gabbia che si contorce su se stessa, qualcosa da annientare per non sentire più il peso dell’esistenza. Il protagonista dovrà quindi attraversare i propri abissi interiori per ritrovare il suo cuore, per decidere di aprirsi nuovamente al mondo.
Le citazioni e le argomentazioni sono tratte da “https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/depressione/”; “https://beckinstitute.org/wp-content/uploads/2021/08/Coping-with-Depression.pdf”.
Monitus (Diego Carli)
“L’integrità è un privilegio.” (Monitus)
Quando prendiamo direzioni distruttive nei confronti del nostro mondo, che siano di azione o di pensiero, è la natura stessa ad avvertirci. Perché noi stessi – e dobbiamo ricordarcelo per vivere degnamente – siamo parte della natura. Di conseguenza, ogni atto che compiamo contro la natura è un atto compiuto contro noi stessi, e gli effetti, anche se non sempre immediatamente percepibili, prima o poi emergono.
È questa la direzione che prende Monitus, corto di Diego Carli in cui la foresta attira una ragazza all’interno del proprio incubo, che coinvolgerà anche le sue amiche.
Monitus riflette sulle conseguenze delle nostre posizioni etiche, che ci portano ad agire in determinati modi e di cui raccoglieremo i frutti, che saranno maturi o marci, in base alle scelte prese. Diventa allora importante imparare ad ascoltare – e ad ascoltarsi – per capire qual è la strada giusta. Il mondo attorno a noi ci lancia continuamente moniti, saremo capaci di raccoglierli prima di fare del male a chi ci è accanto?
Haiku 27 (Nikolaj Servettini)
“O ha paura di quello che troverebbero lì dentro?” (Haiku 27)
Nel corto Haiku 27 di Nikolaj Servettini, Yori è un giovane musicista punk che si sente imprigionato nella sua stessa vita, come la tarantola che vive nella teca del suo appartamento. Per difendersi dalle sue ombre interiori, suona un basso elettrico che ha il potere di allontanarle. A questo però alterna l’utilizzo di sostanze, che permette alle sue ombre di entrare in contatto con lui, proprio nel momento in cui non
può sentirle, perché anestetizzato. In questa continua lotta, il mondo esterno è un ente insensibile e frustrante, che bussa alla sua porta per dirgli di fare meno rumore.
Ma se il rumore dentro di noi ci sovrasta, come possiamo continuare a vivere?
Per essere il samurai della propria vita, rompere lo schema e uscire dal vortice della dipendenza, non esiste solo la possibilità di un liberatorio seppuku (il suicidio cerimoniale praticato dai guerrieri giapponesi fin dopo la metà dell’800). È possibile scegliere di chiedere l’aiuto di qualcuno che riesca a vedere davvero chi siamo, e a insegnarci come usare al meglio la nostra katana per combattere i mostri che abitano dentro di noi.
Questo è spesso quello che avviene durante un percorso psicoterapeutico, in cui la relazione che si instaura tra terapeuta e paziente può portare a nuove consapevolezze su di sé e ad acquisire gli strumenti per vivere pienamente la propria vita. E, di più, si può arrivare a far pace con le proprie ombre per scrivere, finalmente, il proprio haiku: tre versi che dicano al mondo, una volta per tutte, chi siamo davvero.
Mark No Evil (Alberto Gelmi)
“Magari, se ci fossimo conosciuti in un’altra occasione, saremmo diventati amici.” (Mark No Evil)
Se la solitudine è stata definita come “il risultato della discrepanza soggettiva tra i livelli desiderati e quelli effettivamente raggiunti nelle relazioni sociali” (Ribolsi et al., 2021; Peplau & Perlman, 1981), spiegando come una persona possa sentirsi sola anche quando circondata da altre persone, diverso è il concetto di isolamento sociale. Quest’ultimo, infatti, è definito come l’oggettiva mancanza di contatto tra un individuo e la società, ad esempio un distacco concreto da famiglia e amici. La solitudine, in questi casi di isolamento e marginalità, è spesso il sentimento conseguente. Ed è importante porre l’attenzione sull’emersione, in diversi studi, di correlazioni tra solitudine e disturbi psichici (es.
Cacioppo et al., 2015; Parkhurst & Hopmeyer, 1999).
Nel corto Mark No Evil di Alberto Gelmi, il protagonista Marco ha probabilmente un background di questo tipo, in cui la marginalità si interseca con il disturbo psichico (dalle difficoltà cognitive fino ad arrivare a sintomi psicotici). L’assenza di una comunità come cornice di riferimento (nessuno di cui fidarsi e a cui chiedere aiuto) lo porterà, in conseguenza a un crimine involontario, a compiere solo scelte sbagliate.
La creazione di reti sociali, attraverso la promozione di integrazione e partecipazione attiva, è un tema caro alla psicologia di comunità, ambito che si mobilita, all’interno delle nostre città, per creare contesti di inclusione. In questo tipo di contesti, anche le persone marginalizzate possono arrivare a sperimentare un senso di appartenenza e a migliorare il benessere proprio e altrui.
La citazione e le fonti sono tratte da https://www.e-noos.com/archivio/3928/articoli/39115/; https://www.istitutobeck.com/beck-news/analisi-del-rapporto-tra-ritiro-sociale-patologico-e-solitudine
Nebbia (Lisa Rovo)
“Ti sentirai spaventato, confuso…” (Nebbia)
“Immagina di svegliarti e di non avere un contesto che ti permetta di capire che giorno è o dove ti trovi, e di non avere nulla a cui ancorare il tuo senso della realtà. Questa è la tragica situazione vissuta da milioni di persone affette dal morbo di Alzheimer” (C. Ranganath). Il morbo di Alzheimer è il tipo più comune di demenza, “un lento e progressivo declino della funzione mentale che include memoria, pensiero, giudizio e capacità di apprendimento” (msdmanuals.com). Raro prima dei 65 anni, diventa più comune con l’avanzare dell’età. L’ippocampo, l’area a forma di cavalluccio marino che si trova al centro del cervello, determina la possibilità di ricordare o dimenticare qualcosa. È proprio questa, infatti, “una
delle prime aree cerebrali devastate dall’Alzheimer e probabilmente è per questo che i pazienti, nelle fasi iniziali della malattia, si perdono spesso e smarriscono la cognizione del tempo” (C. Ranganath).
Nel corto Nebbia di Lisa Rovo, il protagonista Carlo sta vivendo il decadimento cognitivo tipico di questa malattia. Carlo, però, è anche un generale in pensione. Di conseguenza, la patologia instaura uno strano rapporto con la sua struttura di personalità ossessiva e paranoica. La sua inclinazione all’autodisciplina lo porta a creare numerosi promemoria finalizzati a ricordare le azioni quotidiane da compiere, all’interno di una casa in cui sembra vivere in solitudine. Carlo, però, nasconde un segreto, una conseguenza delle tendenze paranoiche esacerbate dalla patologia…
Le citazioni e le fonti sono tratte da “C. Ranganath, Perché ricordiamo, 2023”; https://www.msdmanuals.com/it/casa/disturbi-di-cervello-midollo-spinale-e-nervi/delirio-e-demenza/malattia-di-alzheimer.
L’Ultimo Sonno (Federica Bertellotti)
“Se dicessi che sono la vostra coscienza, mi credereste?” (L’Ultimo Sonno)
Landon è un giovane nobile dell’800 costretto dal padre a un ricovero in manicomio al fine di “curare” la sua omosessualità, e successivamente forzato a un matrimonio eterosessuale contro la sua volontà, fino ad arrivare a essere spinto al suicidio. Landon, però, era segretamente innamorato di un vampiro, che adesso non vede l’ora di vendicarsi per la sua perdita.
Nel corto L’Ultimo Sonno, la regista Federica Bertellotti racconta una storia che, seppur ambientata quasi due secoli fa, comprende dei risvolti estremamente attuali.
Sebbene nel 1973 il DSM – il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali – abbia espulso l’omosessualità dalle sue diagnosi, a continuare a essere diffuse oggi sono diverse tendenze omofobiche. L’omofobia, termine coniato dallo psicologo G. Weinberg nel 1972, si può descrivere come “l’ostilità, la diffidenza o l’odio vero e proprio nei confronti delle persone omosessuali” (V. Lingiardi).
Un fondamento dell’omofobia “consiste in una sorta di polarizzazione difensiva dei ruoli di genere, che porta a temere o disprezzare i fantasmi di passività e dipendenza nell’uomo e di attività e autosufficienza nella donna. Si tratta di credenze ingenue e fortemente influenzate dagli stereotipi di genere, ma terribilmente efficaci nel lasciare pregiudizi e ingiustizie <<al loro posto>>” (portalenazionalelgbt.it). Per questo, come scrive lo psicoanalista V. Lingiardi, “in una società dove le persone non eterosessuali vengono discriminate in dimensioni fondamentali della loro vita, è importante che i professionisti della salute mentale siano in grado di ascoltarle, comprendendo le loro difficoltà e aiutandole a vivere appieno la vita in tutti i suoi aspetti.”
Le citazioni e le fonti sono tratte da https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/03/Vittorio-Lingiardi-Le-omosessualita-e-lomofobia–8a0db80b-81c0-4329-8bc3-78ad8c506478.html; http://www.portalenazionalelgbt.it/omofobia-e-transfobia/index.html
Eden (Gabriele Lenzi)
Dopo la perdita del marito, Anna vive isolata nella sua casa. Rifugiatasi nella solitudine, si prende cura delle piante del giardino, finché non trova un seme particolare. Da questo seme nasce una pianta con fattezze umane, che scatenerà la gelosia di un’altra donna.
Nel corto Eden, il regista Gabriele Lenzi pone l’attenzione sul tema del lutto ma, ancor di più, su quello che rimane dopo la perdita di una persona cara.
Un aspetto importante, quando attraversiamo questo processo, è l’attenzione che poniamo verso i nostri ricordi. Quando viene a mancare una persona a cui siamo legati, iniziano a fiorire i “semi del ricordo”: più o meno piccole memorie di momenti dimenticati (o a cui non pensavamo da tempo) cominciano a riemergere nella nostra coscienza. Sta a noi, allora, prenderci cura di questi ricordi, innaffiarli non solo con le nostre lacrime ma soprattutto con il nostro amore, per continuare ad avere una relazione gioiosa con la persona cara, uscendo dalla tristezza all’apparenza insormontabile. Questo significa utilizzare la nostalgia a favore del futuro, senza rimpiangere e rifugiarsi nel passato – che
spesso ricordiamo più luminoso di quanto è stato in realtà – ma dirigendo le emozioni connesse ai ricordi verso nuove rotte, per sperimentare nuovamente la vitalità che incarniamo.
È importante cercare di non soccombere sotto il peso di queste memorie ma, d’altra parte, abbiamo il compito di attraversarle, senza cercare di eliminarle. Distruggendo la “pianta del ricordo” ci si impoverisce, soltanto avendone cura continuiamo davvero ad aver cura di noi stessi.
The Waking Call (Riccardo Suriano)
“Ci siamo già incontrati?” (The Waking Call)
I fantasmi del passato, prima o poi, tornano a trovarci.
Lo sa bene Alex, il protagonista del corto The Waking Call di Riccardo Suriano. Alex è il conduttore di un programma radiofonico notturno, durante il quale riceve le telefonate degli ascoltatori a cui tiene compagnia. Accanto alle chiamate attraverso cui le persone ringraziano e raccontano un po’ di sé, però, se ne accostano altre, decisamente inusuali. Voci e frammenti riemergono dal passato, facendo capolino da punti imprecisati dello spazio-tempo. Lo studio radiofonico si trasforma in un luogo metafisico, una sorta di Loggia Nera lynchiana in cui i ricordi dolorosi rivivono frantumati, e il cui peso viene depositato nel cuore di Alex.
Una buona strada da intraprendere, quando la relazione con il nostro passato sembra soffocarci, può essere quella che porta al perdono. Se apparentemente, all’interno delle dinamiche del perdono, sembra si instauri una relazione non paritaria tra colpevole e vittima (dove la vittima, perdonando, si pone su un livello morale superiore), nella logica del perdono autentico prevale invece un senso equanime di rigenerata libertà. Con il perdono, infatti, la vittima si libera da una relazione con il colpevole dominata da emozioni negative come il rancore e l’odio, mentre il colpevole riceve la possibilità di poter ricominciare un nuovo rapporto con se stesso (e forse anche con l’offeso). Questo vale anche rispetto al perdono di sé, in cui, riconoscendosi gli errori del passato, ci si può liberare dal senso di colpa opprimente. In The Waking Call, Alex dovrà compiere una scelta: riuscirà ad assumere un nuovo punto di vista sul suo passato o si farà trascinare dal turbine oscuro della colpa?
Le argomentazioni sono parzialmente tratte da: “E. Molinari, P. A. Cavaleri, Il dono nel tempo della crisi, 2015”.
Starr (Riccardo Grippo)
“Your future is in your hand” (Starr)
Mentre nel mondo imperversano guerre, genocidi e pandemie, la “società della performance” in cui siamo immersi non smette di mandarci messaggi motivazionali che vorrebbero convincerci dell’avvenire di un futuro luminoso che possiamo traghettare a nostro piacimento.
In Starr, corto di Riccardo Grippo, l’omonima società di influencer marketing utilizza questo stampo, e convince il protagonista Sam a firmare un contratto che lo legherà letteralmente a essa.
Sam, infatti, si ritroverà catapultato in un incubo di totale dipendenza dalla società, dovendo alzare continuamente la posta in gioco per ricevere quanti più like possibili dai follower, al fine ultimo di sopravvivere.
Come scrivono i filosofi M. Gancitano e A. Colamedici, “ogni essere umano che vive in una società tecnologicamente avanzata, che ha accesso al web e ha un profilo su un social network è automaticamente un brand, cioè un marchio, un’attività, un progetto, che dunque va promosso perché rimanga in vita.” La società della performance, quindi, “rende tutto commercializzabile” trasformandoci in macchine di produzione continua di performance da somministrare a un pubblico dipendente da essa. La nostra reale identità è stata soppiantata dalla nostra identità digitale: “non è più l’avatar a dover somigliare alla persona, ma la persona a dover essere all’altezza del proprio avatar” (M. Gancitano, A. Colamedici).
Una delle possibili strade da seguire per provare a uscire dalle “trappole performative” in cui ci siamo immersi è quella della vocazione. Cercare la propria voce, il proprio modo autentico di stare al mondo, porta fuori dalle dinamiche di costruzione di “falsi sé” tipiche della performance. Andare incontro alla propria vocazione è abbracciare la pulsione del destino che spinge a realizzare quel che si è davvero.
Le citazioni sono tratte da: “M. Gancitano, A. Colamedici, La società della performance, 2018”.









