Il Signor Diavolo – Recensione

Il signor diavolo - recensione
Il signor diavolo – recensione

Una fiaba dark dal maestro Pupi Avati. La recensione de Il Signor Diavolo.

“[…] E io ho ricominciato ad avere nostalgia di quelle paure dell’infanzia, il mio film è incentrato sulla paura del buio. Questo buio ho cercato di raccontarlo attraverso il male, perché se nella luce c’è il sommo bene, nel buio c’è il sommo male”.

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Ecco come il maestro Pupi Avati descrive la sua ultima fatica, il Signor Diavolo, un film pesante, verrebbe da dire soffocante guardando l’ambientazione. Chi si aspetta un horror vero e proprio però rimarrà deluso. La pellicola è stata svuotata di tutti i possibili cliché a cui il cinema d’oltreoceano ci ha abituati, e ci fa tornare agli anni ’70. La paura infatti si costruisce con i tempi della camera, con la precisione maniacale delle scenografie e con la desolazione della vita contadina degli anni ’50.

Ma andiamo per ordine, innanzitutto la storia. Nel 1953 delle pre-elezioni un ispettore del Ministero, Furio Momentè (interpretato da Gabriele Lo Giudice), parte per la laguna di Venezia con lo scopo di indagare sull’omicidio di un bambino, Emilio, che veniva considerato posseduto o addirittura il Diavolo stesso, e che in effetti per tutto il film appare disturbato, cosa che confermerà anche la ricca ed influente madre. L’artefice del delitto viene identificato in Carlo, un altro bambino della stessa età di Emilio. La situazione però risulta più problematica del previsto. Infatti dall’interrogatorio di Carlo emerge come siano stati un prete ed una suora a convincerlo ad uccidere Emilio. Inoltre è periodo di elezioni e uno scandalo del genere può solo nuocere alla Democrazia Cristina, soprattutto considerando quanto influente sia la madre della vittima.

La sceneggiatura dall’inizio alla fine risulterà sempre coerente e mai forzata, la linfa dell’opera infatti sta in questo. Ricordiamo che lo script seguito da Antonio Avati nasce dal libro il Signor Diavolo di Pupi Avati, il quale mostra in più di una occasione di aver fatto delle ricerche molto approfondite per contestualizzare il periodo storico in cui si svolge la pellicola, ovvero l’unico anno in cui la DC perse il 12% e 80 seggi tra Camera e Senato. Molto interessante anche la scelta della narrazione che è volta ad accompagnare lo sventurato Furio durante il suo viaggio da Roma a Venezia.
Unica pecca è l’aver fatto parlare un italiano corretto a dei veneti del 1953.

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A livello tecnico non ci sono virtuosismi particolari, anche se si può notare una grande attenzione alla color grading: immagini desaturate portate quasi al bianco e nero, come se questa opera cinematografica fosse un vero e proprio ricordo per Pupi Avati, infatti l’autore sembra quasi volerci accompagnare nelle sue memorie passate: “[…] Se io sono arrivato a fare questo genere è per una serie di ragioni, la prima è la favola contadina che mi veniva raccontata durante lo sfollamento […]”, conferma Avati durante la sua intervista che trovate (qui). Si avverte perciò una nostalgia del passato che riprende anche i movimenti di camera de La casa dalle finestre che ridono del 1976. L’apertura della focale, le riprese grandangolari ed i primi piani sui volti dei personaggi riportano perciò ad un passato cinematografico che le nuove generazioni non hanno mai visto e che i meno giovani rivedranno volentieri.

Altro ingrediente positivo è la cura maniacale delle scenografie: tutto il set è studiato nei minimi dettagli per darci degli indizi sui personaggi o sulla trama. Ad esempio, nell’ufficio di Furio vediamo una foto di De Gasperi, ed una bilancia a due piatti inclinata da una parte: un elemento simbolicamente significativo, in quanto con l’avanzare della storia ci accorgeremo di come la giustizia non sia propriamente uguale per tutti.

Infine Avati, oltre ad indagare e porsi questioni sull’esistenza del diavolo, offre un altro spunto di riflessione: ovvero cosa accade quando religione ed ignoranza paesana si incontrano e bollano il diverso come demoniaco e lo ostracizzano.

Si può perciò dire che il Signor Diavolo sia un magnifico salto alle origini, una storia paesana che fa paura per la sua verosimiglianza con la realtà. Ve lo consigliamo caldamente, a patto che andiate in sala con la consapevolezza di addentrarvi in una una fiaba dark nostrana, non in una banalissima storia di horror sulle possessioni.

Titolo: Il Signor Diavolo
Titolo originale: Il Signor Diavolo
Regia: Pupi Avati
Attori:  Gabriel Lo GiudiceFilippo FranchiniCesare Cremonini
Genere: Horror, drammatico
Durata: 83 minuti
Anno: 2019
Paese: Italia

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Federico Anastasi
Appassionato di film horror e videogiochi fin dalla tenera età. Quando i miei coetanei giocavano con le figurine, io mi improvvisavo regista utilizzando una videocamera a cassette presa coi punti del supermercato oppure stavo attaccato al divano giocando a ai videogiochi.